ATTENZIONE: questa non è una versione ufficiale.
Tieni presente che ci potrebbero essere errori dovuti soprattutto
alla trascrizione
settembre 1999
Non ti dico fino a sette,
ma fino a settanta volte sette (Mt 18,22).
Gesù con queste sue parole risponde a Pietro che, dopo aver
ascoltato cose meravigliose dalla sua bocca, gli ha posto
questa domanda: "Signore, quante
volte dovrò perdonare a mio fratello, se pecca contro di me?
fino a sette volte?". E Gesù:
Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Pietro, probabilmente, sotto l'influenza della predicazione del Maestro,
aveva pensato di lanciarsi, buono e generoso com'era, nella sua nuova
linea, facendo qualcosa di eccezionale: arrivando a perdonare fino a
sette volte.
Nel giudaismo infatti si ammetteva un perdono di due, tre volte,
al massimo quattro.
Ma Gesù rispondendo: "fino a settanta volte sette",
dice che per lui il perdono deve essere illimitato: occorre perdonare
sempre.
Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Questa Parola fa ricordare il canto biblico di Lamech, un discendente
di Adamo: "Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech
settantasette". Così inizia il dilagare dell'odio nei rapporti
fra gli uomini del mondo: ingrossa come un fiume in piena.
A questo dilagare del male, Gesù oppone il perdono senza limite,
incondizionato, capace di rompere il cerchio della violenza.
Il perdono è l'unica soluzione per arginare il disordine e
aprire all'umanità un futuro che non sia l'autodistruzione.
Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Perdonare. Perdonare sempre. Il perdono non è dimenticanza
che spesso significa non voler guardare in faccia la realtà.
Il perdono non è debolezza, e cioè non tener conto di un torto
per paura del più forte che l'ha commesso. Il perdono non
consiste nell'affermare senza importanza ciò che è grave, o
bene ciò che è male.
Il perdono non è indifferenza. Il perdono è un atto di volontà
e di lucidità, quindi di libertà, che consiste nell'accogliere
il fratello e la sorella così com'è, nonostante il male che ci ha
fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti.
Il perdono consiste nel non rispondere all'offesa
con l'offesa, ma nel fare quanto Paolo dice: "Non lasciarti
vincere dal male, ma vinci con il bene il male".
Il perdono consiste nell'aprire a chi ti fa del torto la possibilità
d'un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi per lui e per te
di ricominciare la vita, d'aver un avvenire in cui il male non abbia
l'ultima parola.
Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Come si farà allora a vivere questa Parola?
Pietro aveva chiesto a Gesù: "Quante volte dovrò perdonare
a mio fratello?";
" a mio fratello".
E Gesù, rispondendo, aveva di mira, dunque, soprattutto i rapporti
fra cristiani, fra membri della stessa comunità.
E' dunque prima di tutto con gli altri fratelli e sorelle nella
fede che bisogna comportarsi così: in famiglia, sul lavoro,
a scuola o nella comunità di cui si fa parte.
Sappiamo quanto spesso si vuole compensare con un atto, con
una parola corrispondente, l'offesa subita.
Si sa come per diversità di carattere, o per nervosismo, o
per altre cause, le mancanze di amore sono frequenti fra persone
che vivono insieme. Ebbene, occorre ricordare che solo
un atteggiamento di perdono, sempre rinnovato, può mantenere
la pace e l'unità tra fratelli.
Ci sarà sempre la tendenza a pensare ai difetti delle sorelle
e dei fratelli, a ricordarsi del loro passato, a volerli diversi
da come sono.
Occorre far l'abitudine a vederli con occhio nuovo e nuovi loro stessi,
accettandoli sempre, subito e fino in fondo, anche se non si pentono.
Si dirà: "Ma ciò è difficile".
Si capisce. Ma qui è il bello del cristianesimo.
Non per nulla siamo alla sequela di Cristo che, sulla croce, ha chiesto
perdono al Padre per coloro che gli avevano dato la morte,
ed è risorto.
Coraggio. Iniziamo una vita così, che ci
assicura una pace mai provata e tanta gioia sconosciuta.
Chiara Lubich
go back / torna indietro