ATTENZIONE: questa non è una versione ufficiale.
Tieni presente che ci potrebbero essere errori dovuti soprattutto
alla trascrizione
novembre 1998
Beati gli afflitti, perché saranno consolati(Mt 5,4).
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Come forse
ricorderai, un giorno, Gesù, nel discorso della montagna,
rivoluzionando il modo di pensare umano, ha chiamato
"beate" persone che, a prima vista, sembrano tutt'altro
che felici: i poveri, i perseguitati, i miti, quelli che
si dedicano a rappacificare gli animi...
Con la parola, poi, che egli propone oggi alla tua
attenzione, sembra addirittura affermare l'assurdo: sono
beati quelli che proprio non lo sono: gli afflitti, i
desolati, quelli che piangono.
Ti chiederai: come si può spiegare questa affermazione?
Beati gli afflitti, perché saranno consolati
Il Messia è venuto per realizzare la profezia di Isaia,
che annuncia l'ora in cui avranno consolazione coloro che
sono nel dolore: "Tutti gli afflitti saranno consolati"
(cf Is 61, 2-3). Egli infatti sa che chi soffre è
fortunato, è beato perché è più pronto ad accogliere la
sua parola e quindi ad entrare nel suo Regno, e sa come lo
stato di afflizione, in cui si trova il mondo, può
trasformarsi per lui in vita di gioia.
Rivolgendosi agli afflitti, Gesù non ha in mente una
categoria particolare di sofferenti, ma pensa a chiunque
pena, sia adulto o bambino, uomo o donna, di qualsiasi
razza o latitudine, per qualsiasi causa: una disgrazia,
una calamità, una malattia, la perdita di una persona cara
o di beni materiali o della stima; pensa a delusioni, ad
angosce mute del cuore...
Gesù pensa a tutti questi ed anche a te, se in questo
momento soffri.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati
"Saranno consolati".
Certamente, usando il verbo al futuro, Gesù allude a quel
tempo in cui a coloro che hanno sofferto, e sofferto bene,
Dio stesso "tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci
sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno" (Ap
21,4). Tutto questo, che avverrà quando il suo Regno sarà
instaurato, suscita già nel cuore la speranza che dimezza
il dolore.
Ma Gesù, con queste sue parole, non vuole portare chi è
infelice alla semplice rassegnazione promettendo una
compensazione futura. Egli pensa anche al presente. Il suo
Regno infatti, anche se in maniera non definitiva, è già
qui. Esso è presente in Gesù che, risorgendo da una morte
sofferta nella più grande afflizione, ha vinto la morte.
Ed è presente anche in noi, nel nostro cuore di cristiani:
Dio è in noi. La Trinità vi ha preso dimora. E allora la
beatitudine annunziata da Gesù può verificarsi sin d'ora.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati
Nel Regno portato da Gesù, la consolazione può essere
quindi una tua esperienza quotidiana. Naturalmente,
occorre una condizione! Che tu viva da figlio di questo
Regno e imposti la tua vita secondo le sue leggi, secondo
le esigenze di Gesù.
Egli ha detto che le sofferenze che ci sovrastano vanno
accettate così come le ha accolte lui. Vuole che tu
"prenda" la tua croce, non che la odi, non che la ripudi,
non vuole che tu la respinga, che la trascini. Occorre che
tu l'ami. Vuole che la sistemi bene sulle tue spalle,
anzi: che la brandisca come una fiaccola, come una
bandiera.
Allora, ecco il miracolo del Regno: Dio te la rende
leggera; senti che la puoi portare ed arrivi, persino, a
sorridere in mezzo alle lacrime. C'è una forza in te che
non è da te: viene da lui. E comprendi perché egli parli
di "giogo leggero e soave".
Le sofferenze possono permanere, ma c'è un nuovo vigore
che ci aiuta a portare le prove della vita e ad aiutare
gli altri nelle loro pene, a superarle, a vederle, come
Lui le ha viste, e accoglierle, quale mezzo di redenzione.
Chiara Lubich
go back / torna indietro